Scuola multietnica

Alcune mie riflessioni e domande a partire dagli articoli di Repubblica di questi due giorni.

“Famiglie italiane in fuga dalla scuola multietnica e dal disagio.
Una ricerca del Politecnico in collaborazione con il Comune di Milano evidenzia la concentrazione di bambini e ragazzi di origine straniera in alcune scuole elementari e medie. E fissa una pericolosa quota 30 per cento: quando la percentuale di iscritti “non italiani” supera quella soglia, le famiglie italiane si orientano nello scegliere “scuole più sicure”. Ciò accade anche di fronte ad un’alta concentrazione di bambini italiani con disagi di apprendimento o con handicap.”

Il rischio è di alimentare una forma di segregazione nonostante si tratti in prevalenza di bambini di seconda generazione di genitori stranieri.
Ci sono scuole (dirigenti e personale scolastico) che non si sono tirati indietro ma hanno affrontato queste problematiche con impegno, con moduli didattici innovativi e con un valido supporto dei comitati dei genitori.

Prima che sia troppo tardi e farlo diventare uno stigma c’è bisogno di una regia di intervento pubblico sia a livello locale che in rapporto col Ministero e Provveditorato.

In parte questa situazione l’abbiamo toccata con mano, recentemente in municipio 5: abbiamo analizzato una serie dati di scuole (alcune in sovraffollamento, altre in grossa difficoltà per carenza di bambini iscritti perchè le famiglie preferiscono non rispettare il bacino territoriale) per valutare il fabbisogno di servizi educativi e contribuire alla decisione se potenziare le scuole esistenti sul territorio o costruire una piccola nuova realtà scolastica con gli oneri di urbanizzazione (PII Monti Sabini), sulla base dello sviluppo urbanistico nel territorio.

La legge consente l’iscrizione a bacini non territoriali ed è chiaramente legittimo poterlo fare.
Ma qual è il ruolo del pubblico? Non è forse quello di governare i processi, senza lasciar indietro nessuno? Fare un’azione anche culturale su un territorio come quello della nostra analisi che non presenta, per ora, aspetti molto problematici.

E perché le scuole vengono lasciate a farsi concorrenza, alimentando un meccanismo stile ‘open day’ di forte e a volte di esagerata competizione?
E visto che il Comune di Milano ha collaborato alla ricerca, quali politiche intende mettere in campo prima che sia troppo tardi?
Intende aprire in tavolo di lavoro, chiamando le scuole a collaborare, a darsi una mano?

Perché possiamo anche metter a posto tutti i muri, ma se poi le aule son vuote o sovraffollate non abbiamo risolto il problema.
Anzi, i muri li alziamo!